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Modelli che ci turbano e modelli che ci ispirano. Festa della Donna, il giorno dopo!

L’inflazionato termine “emancipazione femminile” è come un elastico che si tende ed esplode e torna a tendersi ancora e ancora, generando episodi socialmente felici ed infelici e un bagaglio pesante da trasportare ma inevitabilmente trascurabile. Nel “giorno della donna” una riflessione, da buoni comunicatori, ricade su come sia stata raccontata, attraverso i canali più disparati, con storie, volti o immagini che descrivono tanto identità forti quanto occhi assenti, tanto lotte nazionali quanto l’ultimo profumo di marca, a tal punto da portare a chiederci quale sia, nel 2017, la vera definizione di donna.
Dopo i recenti scivoloni di Zara con la campagna “Love your curves” di una taglia 36,

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il servizio fotografico di Yves Saint Laurent, con una figura femminile androgina e oggetto del desiderio, per passare alla modella anoressica di “Where is Patrizia?”,

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salta all’occhio la ricerca condotta dall’Art Directors Club Italiano, in collaborazione con l’università Alma Mater di Bologna e il centro ricerche Nielsen. I dati emersi hanno un impatto tanto forte quanto le immagini pubblicitarie analizzate: “per ogni 100 campagne con donne protagoniste (o co-protagoniste) il 13% le rappresentano sessualmente disponibili. Per gli uomini la percentuale scende all’1.Non c’è nulla di male nel mostrare, per esempio, una donna che fa la marmellata o una donna con un atteggiamento che esprima disponibilità sessuale. C’è molto di male se diventano i due modi più diffusi di raccontare le donne e se vengono sostenuti da 30 milioni di euro di investimento al mese.” Scelte dei professionisti della pubblicità e della comunicazione  difficile da comprendere, dato che continuano a basare la forza delle loro campagne su modelli stereotipati, triti e ritriti ma, soprattutto, offensivi.
Noi, proprio perché amiamo le donne, vogliamo dimenticare le distorsioni degli ultimi anni e focalizzarci sulla “vetrina” positiva ed ottimista del Google Doogle dell’8 Marzo. Ida Wells, suffragetta e attivista per i diritti civili, Lotfia El Nadi, la prima pilota donna egiziana, Frida Kahlo, attivista e pittrice messicana, Lina Bo Bardi, architetto italo-brasiliana, Olga Skorokhodova, ricercatrice e scienziata sovietica.

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 Miriam Makeba cantante e attivista dei diritti civili in Sud Africa, Sally Ride, astronauta americana e prima donna ad andare nello spazio, Chalet Cambel, archeologa turca e prima donna musulmana a gareggiare alle Olimpiadi, Ada Lovelace, matematica inglese, scrittrice e prima donna programmatrice al mondo, Rumini Devi, ballerina e coreografa indiana, Cecilia Grierson, fisica e prima donna argentina a ricevere la laurea in medicina, Lee Tai-young avvocato e attivista coreana, prima donna nel suo Paese a diventare giudice, Suzanne Lenglen,  campionessa francese di tennis che ha reso popolare tale sport. La lista sarebbe estremamente lunga, per citare solo alcuni orgogli italiani Rita Levi Montalcini, Grazia Deledda, Samantha Cristoforetti, che hanno rivoluzionato la storia culturale e scientifica del nostro Paese.

astronauta

Perché forse è vero che essere donna significa ancora “lottare per i propri diritti”, ma è altrettanto vero che tutto ciò che ci serve per raggiungere gli obiettivi prefissati è dentro ognuna di noi, basta crederci sempre.
Da Mediawork, che ha una quota a maggioranza femminile, lo facciamo ogni giorno e viviamo reputando il nostro lavoro “divertimento, realizzazione, soddisfazione e non potere o un qualcosa da fare perché si deve”.

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                                       le Donne di Mediawork

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